Inserito da: profconservatori | 01/01/2010

INTERVISTA IMPOSSIBILE (3)

In perfetto stile Marzullo ci facciamo le domande e ci rispondiamo.

Pregiatissimi Illustrissimi Chiarissimi Egregi Nostre Altezze e Santità Professori della scuola conservatrice, cosa ne pensate dell’uso della tecnologia a scuola?

Vade retro Satana!

È solo una perdita di tempo, un modo per accattivarsi la simpatia degli studenti, ma senza alcun beneficio per la loro educazione e crescita. Chissà dove andremo a finire di questo passo. Ci ritroveremo a fare lezione dentro una sala-giochi!

Avete mai fatto uso di qualche mezzo tecnologico, al di fuori della scuola?

Giammai! Che la tentazione si allontani da noi!

In un’occasione ho trovato mio figlio che si registrava mentre ripeteva Storia. E poi quel Menger! È stato tutto il pomeriggio a scrivere ai suoi amici, abbreviando in maniera improponibile ogni singola parola. Ora capisco perché in Grammatica italiana va così male! Ho provato a minacciarlo, a dirgli di non farne più uso, altrimenti gli avrei sequestrato il computer, ma lui mi ha risposto con disprezzo:

“Si chiama Messenger e non Menger!”.

Non pensate che i nuovi strumenti didattici potrebbero integrarsi con i metodi tradizionali d’insegnamento?

Noi siamo i paladini della lavagna e della cancellina, ultimi custodi del Sacro Graal delle uniche e valide lezioni frontali in cui è il professore a riempire di nozioni gli alunni-vasi di pandora, i quali hanno il sommo dovere di non interrompere la spiegazione, intervenire, criticare o più semplicemente pensare.

I vostri colleghi europei fanno uso di registri elettronici riducendo lo spreco di carta e di lezioni-audio su internet che danno la possibilità agli studenti volenterosi di ripassare o approfondire gli argomenti trattati in classe, o più semplicemente di rimanere al passo con il programma scolastico quando sono costretti a casa perché ammalati.

“E che diavoleria sarebbe mai questo registro-elettronico? Pensate davvero che gente come me, che non sa neppure accenderlo un computer, possa utilizzare un registro di questo genere?!”.

“Ma cosa dici! Non fateci caso, ultimamente il mio collega è un po’ stressato. Credo tuttavia di poter interpretare il suo pensiero. Voleva dire in realtà che noi professori vecchio stampo siamo talmente abituati a scrivere a mano sul registro tradizionale, che sarebbe un peccato cambiare. Anche se spesso dobbiamo riscrivere più e più volte le descrizione degli alunni, i voti, i giudizi, sarebbe un dispiacere rinnovare tutto quanto. Certe cose diventano come un rito che dona rassicurazione e pace.

Riguardo alle lezioni-audio rispondo che gli alunni, oggi come oggi, non ascoltano neppure le lezioni in classe, figurarsi quelle su internet!”.

Avete sentito parlare, in questi ultimi tempi, del podcast Chocolat3b?

“È forse un nuovo tipo di cioccolato svizzero?”

“Ma va! Sarà di sicuro un ritrovato di droga dei giovani d’oggi!”.

“O un ordigno terroristico”.

“Nulla di tutto questo. Ho letto sul giornale che si tratta di un esperimento che ha fatto un professore con i suoi alunni”.

“Poveri ragazzi, chissà cosa avranno dovuto subire…”.

Calma signori, vi spiego di cosa si tratta. Un vostro collega, che ha preferito celare la propria identità per non cadere sotto la scure della Santa Inquisizione, ha insegnato poesia attraverso i successi dei cantautori italiani, facendo uso del Podcast.

La solita sperimentazione (vista e rivista, trita e ritrita) da professore alternativo Anni ‘70. La scuola italiana da lì non riesce a muoversi.

Che poi, questo benedetto porcast, sapete dirmi voi cos’è!?”.

Inserito da: laclasse3b | 11/13/2009

INTERVISTA IMPOSSIBILE (2)

In perfetto stile Marzullo ci facciamo le domande e ci rispondiamo.

Pregiatissimi Illustrissimi Chiarissimi Egregi Nostre Altezze e Santità Alunni della Terza B, come avete preso la proposta del vostro prof.?

Male. Perché inizialmente pensavamo che fosse uno scherzo, o uno stratagemma per fregarci, per farci fare cose noiose e vecchie come le nostre nonne.

Poi però l’abbinamento tra poesie e canzoni ci ha incuriositi, anche se non riponevamo nessuna speranza sulle conoscenze musicali del nostro prof. Quando ha esordito dicendo che avremmo trattato i grandi del rock siamo scoppiati a ridere. Ce lo vedi tu un prof. che ascolta i Deep Purple?!

Eppure ci siamo dovuti ricredere…

Avete partecipato liberamente al progetto?

Certo. Dopo che il prof. ha minacciato di farci sospendere o di torturarci agli esami, abbiamo concluso che la cosa migliore fosse fare podcast e ci siamo convinti che potesse essere un’attività perfino interessante e costruttiva.

In verità, lo scetticismo iniziale ha ceduto il posto all’entusiasmo, e così siamo andati dal Preside per chiedergli il permesso di trattenerci qualche ora in più a scuola per mandare avanti il progetto, ma il nostro prof. ha fatto un sacco di storie: “c’è la partita della mia squadra del cuore”, “rifletteteci bene”, “ne siete davvero convinti”, e via dicendo.

Alla fine ha ceduto alla nostra proposta in cambio di un biglietto in tribuna d’onore in occasione della sfida Como-Arezzo del prossimo campionato di calcio.

Come è nato il nome Chocolat 3.B?

Dalla nostra raffinatezza e classe nel fare le cose, e dalla nostra attenzione verso il mondo dei mass-media e della pubblicità. Chocolat è un nome che colpisce e che rimane impresso nell’immaginario, non certo come quel Cappuccino proposto dal prof.!

Vi piace fare podcast?

Sì, ci piace un casino. Soprattutto ora che è finita la scuola e ci ritroviamo a casa di Alessia, dove mangiamo e beviamo a volontà. Nell’ultima occasione abbiamo dovuto ripetere un sacco di volte l’inizio della puntata dedicata a Dante e Venditti, perché qualcuno ha mandato giù un goccetto di troppo. Ma anche questo fa parte del gioco.

Di cosa parlate nel vostro podcast?

Avremmo voluto dare delle dritte agli alunni di tutte le scuole d’Italia su come copiare durante i compiti in classe, utilizzando metodi infallibili e soprattutto sperimentati dalla nostra classe, ma il prof. è stato irremovibile, ed ha dichiarato fin da subito che avremmo parlato unicamente di poesia.

Pensate di diventare famosi?

Lo siamo già, perché tutti hanno parlato di noi, dai più prestigiosi Quotidiani nazionali alle Riviste per ragazzi, passando per i più importanti Network e Siti di scuola e di MediaEducation, ma potremmo essere ancora più famosi, se non fosse per il nostro prof. e il suo egocentrismo che lo porta a rubarci sempre la piazza!

Qual è il vostro ruolo all’interno del gruppo-podcast?

C’è chi si trastulla con il pc, chi si spacca di musica, chi approfitta della notorietà raggiunta per conquistare una ragazza.

Insieme a tutto questo ci divertiamo, creiamo, studiamo.

Continuerete a fare podcast? Progetti futuri?

Stiamo per aprire una sede tutta nostra, con un’attrezzatura degna di uno studio di registrazione.

E poi chissà, partecipiamo a dei concorsi didattici…con i soldi dei premi potremmo anche farci un bel viaggetto. Non sarebbe affatto una cattiva idea!

Inserito da: laclasse3b | 10/12/2009

FRANCESCO FACCHINETTI

Wow!

Un manichino vestito da sub appeso al soffitto. Poltroncine di pelle. L’intera collezione dei Puffi come soprammobile. Mensole piene di macchinine e soldatini. Poster coloratissimi, tra cui spicca quello di “X Factor” e di Giusy, la vincitrice dell’ultima edizione del concorso musicale. Cappellini dell’NBA appesi alle pareti. Capisco finalmente che le innumerevoli volte in cui avevo fantasticato sulla casa di Francesco, me l’ero immaginata come è realmente: colorata e piena di oggetti.

Michel, manager di Francesco, ci fa accomodare. Siamo emozionatissimi.

Ci racconta che sta preparando un disco e che adora i bambini, la loro innocenza e la loro creatività. Gli piace il nostro podcast, perché fatto da giovani che, come dice lui, sono il futuro del mondo. Gli rispondiamo che siamo sorpresi dalla sua gentilezza, perché siamo partiti in cerca della casa di Francesco quasi allo sbaraglio, seguendo un indirizzo letto per caso su internet. E anche se ci speravamo, non ci saremmo mai aspettati di trovarla, né tanto meno di essere ospitati, ma Michel alza un dito verso l’alto e ci risponde che soltanto colui che ci guarda da lassù è onnipotente, mentre noi uomini siamo al suo cospetto piccoli come un granello di sabbia ed è quindi inutile ritenersi grandi e invincibili solo perché si è ottenuto il successo in questa vita. Anche se si è famosi, dobbiamo rimanere ugualmente umili e ci assicura che Francesco è un ragazzo che ha mantenuto certi valori. Per questo non ha problemi ad invitare i fan in casa sua.

La saggezza di Michel, derivata forse dall’immensità del deserto africano che lo ha visto crescere e che da sempre ha spinto l’uomo a riflettere e a meditare, ci accompagna per tutto il pomeriggio, finché ci salutiamo, con in regalo un paio di cartoline che ritraggono Francesco, e una promessa che accende i nostri cuori: incontrare il nostro beniamino quanto prima.

Siamo seduti con il prof. nella saletta di una discoteca, dove ci sono i partecipanti al concorso “Your music blog” che stanno facendo le prove prima della gara. Ce n’è uno decisamente stonato, a mio avviso, mentre gli altri mi piacciono perché le loro canzoni non sono niente male, molto ritmate e orecchiabili. Il concorso è stato voluto da Francesco, per lanciare gli aspiranti cantanti e dare loro una concreta possibilità di farsi conoscere.

Sorseggiamo un cocktail, analcolico naturalmente, mentre rivanghiamo le recenti vicissitudini affrontate per arrivare a destinazione. È la solita storia che si ripete inesorabilmente. Il prof. viene a prenderci sotto casa, partiamo entusiasti, ridiamo e scherziamo durante il viaggio, fantastichiamo su cosa potrà accadere al nostro arrivo, e puntualmente “ci perdiamo”. E pensare che questa volta abbiamo cercato in ogni modo possibile e immaginabile di prevenire il peggio. Ci siamo muniti di un Navigatore nuovo di zecca, lo abbiamo montato e programmato con l’esatto indirizzo da raggiungere, e in caso di mal funzionamento c’erano le cartine stradali a venirci in soccorso. Ma nulla da fare. La “maledizione” che pende sul prof. in fatto di strade, è andata a segno anche stavolta.

Dopo qualche chilometro, il Navigatore ha incominciato a farneticare: svoltare a destra, svoltare a destra, a destra, a destra. La voce-guida ripeteva in continuazione la stessa frase. Si era incantata, lasciando presagire un guasto nel software d’installazione. Siamo allora ricorsi alle mappe, il cui linguaggio tuttavia sembrarci esserci diventato di colpo incomprensibile.

“Ti dico che bisogna svoltare qui”.

“Ma che dici! Non vedi che la carta è orientata verso Nord e che va guardata per questo verso?! Dobbiamo imboccare la prossima!”.

Deliri di viaggiatori colpiti da un incantesimo maligno.

Una quindicina di svolte sbagliate, girotondi a non finire su rondò con uscite diventate porte segrete e impenetrabili di un castello fatato, numerose soste per chiedere informazioni ogni volta disattese. Questa la tabella di marcia di un viaggio che prevedeva “un’ora scarsa di tempo su strade a percorrenza veloce” e che alla fine ce ne ha riservate tre.

Continuiamo a fare ipotesi su cosa possa aver messo fuori uso il nostro Navigatore, quando il deejay annuncia l’imminente arrivo di Francesco. Ci alziamo in piedi per accoglierlo. Spiccano i suoi tatuaggi e gli occhi di un azzurro intenso. La gente gli si stringe intorno. Aspettiamo che si facciano da parte per presentarci e mostrargli la maglietta con il nostro logo. Foto e autografi e poi Francesco ci chiede da dove arriviamo e ci racconta che alla nostra età suonava in un locale vicino al paese in cui abitiamo, e ci dice che di quei posti conserva ricordi molto belli, oltre ad amici che appena può torna a trovare. Si mette quindi a discutere con il prof. di Twitter, il social network del momento, prima che ci rifacciamo sotto noi, per illustrargli il nostro progetto, ovvero l’idea di abbinare le poesie alle canzoni.

Il concorso ha inizio, con i cantanti che si susseguono a ruota e Francesco che ha una parola di elogio per ciascuno di loro. Non assistiamo alla premiazione, perché siamo costretti ad andare via prima della fine, si è fatto tardi. Un ultimo saluto a Francesco, con un arrivederci in autunno, quando forse saremo ospiti del suo programma a RTL 102.5.

Inserito da: mone1994 | 09/26/2009

Dialogo sui due massimi sistemi

“Oh, raga, dobbiamo buttare giù un dialogo per il prossimo episodio del podcast”.

“Già, ma di che parliamo?”.

“ Il prof. ha detto di trattare il rapporto tra poesia e canzone…”.

“Ti sembrasse facile!”.

“Datemi retta: partiamo dal fatto che le poesie siamo noi a leggerle e ad interpretarle, mentre la canzone è un tutt’uno col cantante”.

“Ti metti pure a parlar difficile?!”.

“Che testa dura che hai! Intendo dire che se prendi una canzone di Vasco, ad esempio, e la fai cantare ad un altro, cambierà totalmente”.

“Ora è tutto chiaro! Un qualsiasi brano del mitico Vasco, interpretato da Peppino di Capri, tanto per citarne uno a caso, verrebbe stravolto!”.

“Direi proprio di sì. Che poi, se ci pensi bene, il cantautore se la scrive la canzone, come un sarto si cuce addosso il vestito, insomma, la fa a sua misura perché la sente fortemente, la vive. Dietro uno scritto c’è sempre un gran lavoro di correzione, prove, ripensamenti. Jovanotti ha infatti affermato di avere impiegato due anni per scrivere le canzoni del suo ultimo album Safari: un anno di studio e uno di preparazione”.

“Cavoli! Non lo avrei mai detto. Io credevo che una canzone nascesse di getto, come una poesia. Ho sempre pensato che il poeta, colto da un’ispirazione divina, scrivesse i suoi versi di colpo. Invece il prof. ci ha fatto vedere una poesia di Leopardi piena zeppa di cancellature e correzioni”.

“Sembrava la brutta copia di un mio tema!”

“Pensa che Petrarca continuò per la bellezza di 40 anni ad aggiustare e modificare le poesie del suo Canzoniere!”.

“Di questo passo io impiegherò invece 40 anni prima d’imparare a scrivere senza errori ortografici!”.

“Ehehe, che scemo che sei! Comunque, tornando a noi. Ti sei mai chiesto cos’è quest’ispirazione?”.

“Certo, tutte le volte che ti guardo sento il cuore palpitare”.

“E smettila. Piuttosto, io ritengo che l’ispirazione vada aiutata a nascere, insomma, ciascuno di noi dovrebbe trovare il modo che gli è più consono per stimolarla”.

“Sono perfettamente d’accordo. Avvicinati e lasciamoci trasportare dall’ispirazione”.

“Ti becchi un ceffone se non la pianti. Prendi quei cd. Voglio ascoltare le intervista fatte a Jovanotti per capire com’è che riesce a dare vita ad una canzone. Tu intanto fai una ricerca sui poeti per trovare qualcosa di simile, ok?”.

“Ai suoi ordini!”.

“Hai capito?! Jovanotti, quando inventa una canzone, si mette di fronte ad un foglio bianco e butta giù le sue idee senza l’accompagnamento della chitarra, altrimenti parte da un titolo per poi creare il testo”.

“Hai fatto una grande scoperta. Io invece non sono riuscito a trovare nulla sui poeti”.

“Non importa, ti aiuto io. Prima però voglio approfondire un altro aspetto della questione. Il fatto che Jovanotti non segue la consecutio temporum nei testi delle sue canzoni, e fa uso di termini in dialetto toscano”.

“Proprio come il prof.!”.

“Già. Ma senti anche quest’altra cosa, perché è molto interessante. Nella canzone Ragazzo fortunato Jovanotti scrive: ‘non c’è niente che ho bisogno’, anziché non c’è niente di cui ho bisogno”.

“Magari ha scritto così perché gli piaceva di più. Come quando cantava ‘a me mi’…”.

“Può essere…”.

“Oppure siamo in presenza di licenze poetiche. Gli stessi poeti spesso utilizzano espressioni particolari”.

“Ehi, mi stai sorprendendo! Non  continuare così perché rischi di far nevicare. Scherzo, hai fatto una bella considerazione, bravo”.

“Grazie! Allora questo significa che mi merito un bacino”.

“Finiscila. Mettiamoci al lavoro, che di spunti da sviluppare ce ne sono a sufficienza. E poi devi ancora trovare le notizie sulla musa ispiratrice dei poeti, e tanto che ci sei cerca anche qualche esempio di licenza poetica, d’accordo?!”.

“Aveva ragione mio nonno: il mondo è delle donne!”.

Inserito da: lucapiergiovanni | 08/26/2009

RADIO DEEJAY

Riccione: patria del divertimento.

Tornei di beach volley, di bocce, di ping pong. Gente che gioca a racchette o a pallone lungo la spiaggia. Chi fa surf e chi va sul pattino e chi fa footing, e chi invece preferisce rilassarsi sulle sdraie massaggianti. Bambini impegnati con secchiello e paletta a costruire castelli di sabbia o a giocare con l’acqua su scivoli tortuosi. Giovani che ascoltano musica a tutto volume sotto l’ombrellone. I patiti dell’abbronzatura, con gli specchi o con la carta d’alluminio per catturare i raggi del sole. Il bagnino, sempre attorniato da tre o quattro signore. I marocchini che improvvisano un piccolo mercato lungo mare, pronti alla fuga all’arrivo della guardia costiera. E poi loro: fisico palestrato o meno, con i capelli corti oppure lunghi al vento, ricci o lisci, rossi castani biondi. Con un costume a due pezzi o in topless.

Sono loro la vera anima di Riccione: le ragazze.

Mi ricordo la prima uscita con i miei amici, per rincorrere la morosa partita per il mare con i suoi genitori. Non avevo un soldo in tasca e per pagarmi tre giorni di vacanza decisi di andare a fare un lavoretto. Dissi alla mia mamma che mi aveva ingaggiato una ditta produttrice di vini, ma le scarpe e i vestiti sporchi di cacca con cui tornavo a casa e le mani piene di pizzichi e graffi, erano un segno evidente che col vino avevo poco a che fare. Dalla mattina alla sera toglievo galline dalle gabbie, per caricarle su camion che le trasportavano chissà dove. La mia mamma, anche se preoccupata che quel lavoraccio potesse peggiorare la mia asma, mi lasciò fare, perché aveva compreso che ciò che mi stavo duramente guadagnando era troppo importante per me e non vi potevo rinunciare.

Dormimmo in 5 in una tenda, e poiché il campeggio che avevamo scelto era popolato di gente del nostro paese, il pomeriggio andavamo in giro fingendo crampi allo stomaco per la fame e trovavamo sempre qualche amico caritatevole che ci ospitava per un pasto. E dopo cena li ripagavamo, improvvisando un piano bar e animando così la serata.

A Riccione ci sono tornato in più di un’occasione da deejay, per far ballare i ragazzi in disco o sulla spiaggia, al ritmo di sambe, dance 70-80, hip hop e RnB fino al mattino. La movida della sera e le prime sbronze, le prime avventure lontano da casa ed i primi baci, sotto un cielo trapuntato di stelle, col rumore del mare come sottofondo.

Attraverso Viale Ceccarini mentre tutti questi ricordi mi fanno salire un groppo in gola e mi emozionano visibilmente. Le vetrine di negozi pieni di vestiti e di scarpe all’ultima moda catturano la mia attenzione e il dialetto romagnolo di alcuni passanti mi distoglie per un attimo e mi fa riflettere che quella parlata colorita e simpatica rispecchia in pieno le persone di qua, sempre cordiali e socievoli.

Faccio un bel respiro e percorro gli ultimi metri che mi separano dalla mèta. Tra breve saprò se un altro ricordo indimenticabile potrà aggiungersi o meno a quelli che già mi legano a Riccione e alla sua gente.

“Ciao ragazzi! Vi rubo solo qualche minuto”.

“Dicci pure, non ci disturbi, accomodati”.

La Sede

La Sede

La sede di Radio Deejay è una specie di cubo con pareti trasparenti. Al suo interno c’è la postazione del tecnico del suono, defilata sulla sinistra, mentre di fronte, dirimpetto al via vai di gente che passeggia lungo il più famoso corso della Riviera, ci sono le consolle degli speaker, con microfoni, cuffie e computer. All’esterno risalta il grande stemma della radio e alcune gigantografie che ritraggono Albertino e gli altri del clan di Cecchetto e Linus.

“Sono un prof., ma un tempo facevo il deejay proprio come voi, volevo raccontarvi di una cosa che ho creato con i miei alunni…”. Continuo a parlare con enfasi. Federico e Marisa mi ascoltano attentamente e di tanto in tanto si rivolgono delle occhiate d’intesa. Non riesco a capire se la faccenda possa loro piacere, sono forse troppo concentrato nello spiegare i tratti salienti del mio progetto cercando di trasmetterne il vero spirito, che mi sfugge il loro parere, non lo intuisco. Ma l’esclamazione di Marisa arriva fortunatamente a fugare ogni mio dubbio:

“Preparati caro prof., perché tra dieci minuti andiamo in diretta”.

Il cuore mi scoppia in petto, vorrei saltare e urlare dalla gioia. Mi precipito fuori per cercare la mia ragazza, e comunicarle la stupenda notizia. Telefoniamo agli amici che abbiamo lasciato in spiaggia e a quelli a casa, affinché si sintonizzino sulle frequenze di Radio Deejay e mi ascoltino, mentre Francy prepara la fotocamera per immortalare il grande evento.

Torno da Federico, che sta scorrendo sul pc la pagina web del nostro podcast. Mi chiede di fargli un elenco delle poesie e delle canzoni che ho trattato con i miei alunni, mentre Marisa è impegnata a stampare una lirica di Montale.

Indosso le cuffie, mi avvicino al microfono. È tutto pronto. La pubblicità sfuma e Federico attacca salutando tutti quelli che nel frattempo si sono fermati di fronte la postazione per seguire il programma. Quindi mi presenta, ed io esordisco cercando di mascherare il dialetto toscano, ma Federico, toscanaccio come me, mi rifà il verso, e allora mi sento subito a mio agio, la tensione svanisce e mi ritrovo a parlare con spigliatezza e a guardare dritto in camera, per un primo piano.

Intanto le persone, incuriosite, continuano ad affollare il tratto di Viale Ceccarini che ospita la sede volante di Radio Deejay.

Risate a applausi.

Marisa introduce la poesia di Montale, leggendone la prima strofa, Federico recita la seconda e poi arrivo io, cercando di interpretarne al meglio i versi di chiusura.

Con Federico e Marisa

Con Federico e Marisa

Federico mi canzona affermando che durante la lettura ho perfino perso la mia “esse liscata”, mentre Marisa mi fa i complimenti per l’iniziativa, che permette agli alunni di studiare la poesia divertendosi e di conoscere cantautori che altrimenti non avrebbero mai ascoltato. Poi Federico mi chiede quale componimento poetico si potrebbe abbinare con Deca Dance, ultimo successo di J-Ax, ed io confuso gli cito una canzone di Max Pezzali. Mi fa notare che avrei dovuto trovare una poesia, e allora ci rifletto un po’, ma non mi viene in mente nulla.

“Ci devo pensare su, e poi magari torno a dirvelo la prossima volta!”.

Federico e Marisa ridono e i sei preziosi ed emozionanti minuti di diretta si chiudono qua.

“Ringraziamo il professor Luca Piergiovanni di essere stato con noi e raccomandiamo a tutti di ascoltare il suo podcast, Chocolat3b!”.

Parte la pubblicità. Ci togliamo le cuffie e ci abbracciamo. Federico e Marisa sono sinceramente contenti di aver fatto questa cosa con me, mentre io mi complimento con loro, perché in pochissimo tempo sono riusciti a mettere in piedi un fuori-programma interessante e ricco di spunti. Sono stati bravissimi. Ed io che ho fatto radio per 20 anni, anche se a livello locale, ne so qualcosa.

Li saluto, lasciando loro la maglietta con stampato il logo del podcast, prima di correre dalla mia ragazza e rivedere insieme il video che ha girato e le foto che ha scattato.

Non  riesco a prendere sonno. In questa camera d’albergo fa un caldo terribile. Decido di riguardare il video dell’intervista. Me lo gusto in ogni suo particolare, manovrando la fotocamera con estrema delicatezza: sarebbe infatti una vera tragedia premere il pulsante sbagliato e cancellare tutto quanto! Ed ora che ci rifletto, credo proprio che in questi giorni di vacanza non porterò più con me la fotocamera come ho fatto finora. La chiuderò in cassaforte, sì, è proprio questo che farò, perché preferisco che mi rubino i vestiti, perfino la macchina, piuttosto che lo scrigno di un ricordo così bello.

Inserito da: davide1995 | 08/25/2009

T-SHIRT

“Ehi, come va?! Ho letto di te nei giornali…mi dici cosa combini con quei ragazzi?! Se non inventi qualcosa stai male, eh! Sei tremendo!”.

“Eheheheh. Ciao grandissimo! È una vita che non ci si sente. Hai visto che spettacolo! Ci stiamo divertendo come matti con questo podcast!”

“Lo immagino. È davvero bella come iniziativa, e ti ho telefonato perché ho avuto un’idea. Devi sapere che é da un po’ di tempo che mi sono messo a stampare magliette: ho comprato un macchinario, mi procuro le t-shirt e poi prendo le ordinazioni tramite internet. Ho pensato, se non hai nulla in contrario, di regalarti delle magliette con il vostro logo, e se vuoi possiamo metterci anche i nomi dei tuoi alunni…”.

“Sarebbe uno spettacolo, grazie, sei un amico. In verità ci avevamo pensato, ma quando siamo andati ad informarci ci hanno sparato un prezzo esorbitante e allora ci abbiamo dovuto rinunciare”.

“Non ti preoccupare, io te le regalo, ma poi ti devi ricordare di me quando diventerai strafamoso e pagheranno oro per avere un tuo autografo”.

“Esagerato!”.

“Ok, dai, mandami per e-mail le taglie delle magliette con i nomi dei tuoi alunni e poi ti faccio sapere”.

Il prof. saluta il suo amico e ci viene incontro. I miei compagni sono tutti quanti nell’aula d’informatica, impegnati a scrivere nuovi episodi del podcast e a preparare l’attrezzatura per le registrazioni, mentre io ho seguito come un segugio il mio prof., non appena l’ho visto allontanarsi a telefonare. Sulle prime ho pensato che avrebbe chiamato qualche giornale o canale televisivo per accordarsi su un servizio da fare, ed è proprio questo che mi ha incuriosito, poi però è uscita fuori questa storia delle magliette ed ora sono felicissima e muoio dalla voglia di dirlo agli altri. Ma credo proprio che dovrò starmene zitto perché il prof. vorrà sicuramente farci una sorpresa. Lo osservo impaziente. Come previsto, non proferisce una sola parola sull’accaduto. Sarà una lunga attesa, chissà quando arriveranno queste benedette magliette! Non vedo l’ora d’indossarle!

Sono arrivate per posta questa mattina. Il prof. ci presenta il pacco trionfante, certo che nessuno sia al corrente del suo contenuto. Gli altri ne sono all’oscuro, in effetti, ma se immaginasse che io so tutto, forse si arrabbierebbe.

Mentre è impegnato a scartocciare, il prof. ci chiede di chiudere gli occhi e quando li riapriamo troviamo di fronte a noi, spiegata come una bandiera, una t-shirt con il nostro nome scritto in argento e il logo del podcast stampato sul davanti. È uno sballo!

“Prof., ma è bellissima! Non ci dica che ne ha fatta fare una per ciascuno?!”.

Ci lanciamo sul pacco postale. Siamo entusiasti, e ci rimiriamo a vicenda le magliette appena indossate.

“Questo sì che è un buon modo per farci pubblicità!”, purtroppo Batta ha la fissa del marketing .

“Ascoltatemi bene ragazzi – oddio, di nuovo questa lagna – le mettiamo oggi e poi non ce le togliamo più. Ognuno di noi passerà le vacanze in un posto diverso. Dovunque andremo la maglietta dovrà essere con noi. Così facendo tutti conosceranno il nostro podcast”.

Quando Batta parla di queste cose, assume puntualmente un tono oratorio, da politico navigato, e così Lore non tarda a rifargli il verso.

“Che grande idea che hai avuto! Senti però questa: facciamoci tatuare il logo del podcast sul petto. Se ci dovessimo dimenticare la maglietta chiusa nel cassetto, non avremo problemi a fare lo stesso pubblicità al nostro lavoro. Che ne dici?!”.

“Che simpatico che sei…io dico che avresti un po’ di problemi a fare il tatuaggio. Visti i tuoi pettorali, sono convinto che difficilmente il logo potrebbe starci per intero!”.

“Basta ragazzi, fatela finita. L’idea di Batta non è male, tuttavia, senza offesa caro Batta, sai che ti stimiamo, ma ora devi spiegare a tutti quanti in che modo credi di poter pubblicizzare il podcast…”.

Quando ci si mette, Stefy riesce ad essere critica e tagliente.

“Non ti seguo, spiegati meglio. E comunque te l’ho già detto: indossiamo le magliette nel luogo di vacanza, facendo incuriosire la gente che non tarderà a chiederci cosa sia quel simbolo stampato davanti…”.

“È proprio questo il punto. Credi che là dove stai per trascorrere l’estate, saranno molte le persone che ti rivolgeranno delle domande?”.

Batta è smarrito, ma una scintilla nei suoi occhi lo illumina. Ha capito dov’è che Stefy vuole andare a parare.

“Poco fa ti vantavi delle tue prossime vacanze nelle terre del Nord Europa, e affermavi che ti saresti spinto fino a Capo Horn. A questo punto le cose sono due: o sai parlare con gli animali, oppure credo che sarà difficile che i pinguini vengano a chiederti un qualcosa sul nostro podcast!”.

Scoppiamo in una risata generale, mentre alcuni di noi improvvisano fantasiosi versi di pinguini ed altri si mettono a girare intorno a Batta, fingendo la danza dei “pinguini in amore”.

La considerazione di Stefy non sembra lasciare spazio a proteste, eppure, mentre guardo i miei compagni danzare e ridere, con Batta stralunato al centro, una strana immagine mi si affaccia alla mente: pinguini con le nostre magliette che camminano in fila indiana nei geli dell’Antartico. Chocolat 3b: un podcast…(po)polare!              

Inserito da: laclasse3b | 07/31/2009

RADIO KISS KISS

I nostri compagni ci guardano con occhi tristi, mentre noi saltiamo dalla gioia perché tra breve partiremo alla volta di Milano, destinazione Radio Kiss Kiss. Siamo in attesa del pullman che ci condurrà verso il luogo dei nostri sogni. Non è stato per nulla facile organizzare il tutto. L’appuntamento è saltato un paio di volte perché le radio hanno sempre tanti ospiti, un palinsesto ben preciso, programmi collaudati, e non è quindi semplice farsi ospitare, ma questa è la volta buona e tra poco meno di un’ora entreremo nei mitici studi di uno tra i più importanti network nazionali. Il pullman è all’orizzonte. Ci siamo. Tutti in fila con i nostri zaini ricolmi di panini e bibite. La partenza era fissata per le 13 ed è per questo che ci siamo portati il pranzo al sacco. Per l’occasione abbiamo perfino un autista privato. Il papà di Batta ha fatto le cose in grande. Dirige una ditta di autobus, è infatti suo il pullman con tanto di autista che ci ha messo gentilmente a disposizione. L’ironia della sorte ha voluto però che proprio Batta non fosse con noi oggi, bloccato a casa da un febbrone da cavallo. Gli porteremo autografi, filmati e foto a volontà. Ci disponiamo a sedere e scartocciamo alla svelta il nostro pranzo. Abbiamo una fame da lupi. Il prof. intanto ci conta uno ad uno, come si fa durante una gita. Fortunatamente non indossa i suoi famelici pantaloni viola, soltanto jeans e giacca bianca. Stavolta è ok, anzi, azzardiamo che è anche un po’ trandy.

Il viaggio scorre bene. Fantastichiamo sulla visita alla radio e sul nostro intervento in diretta. Ci sarà infatti data la possibilità di parlare per qualche minuto, anche se ancora non sappiamo come si svolgerà il tutto. Il prof. afferma che in questi casi è forse bene non prepararsi in anticipo, perché é senz’altro meglio risultare spontanei. Si è raccomandato poi di comportarci educatamente, di non asfissiare i deejay perché loro sono lì per lavorare e non possono confondersi con dei mocciosi come noi. Insomma, ci ha riempiti di raccomandazioni, ma dico io, non abbiamo mica 5 anni?! Imbocchiamo l’autostrada. Operazione pranzo terminata, fatta eccezione per Lore che ha fregato le patatine ad Alice e se le sta sgranocchiando beato. Saretta ascolta il suo rapper preferito, mentre gli altri sono stravaccati in posizione “dormo ma non dormo”. In ogni caso ci pensa il prof. a svegliare tutti, passando per i sedili con la telecamera. Intende immortalare l’andata per Kiss Kiss sottoponendoci ad una mini-intervista. Ma che pizza! Nel frattempo ci addentriamo dentro Milano. È la prima volta che alcuni di noi vedono la bella città lombarda, anche se oggi non potranno certo ammirare le sue meraviglie artistiche, poiché la sede della radio si trova in periferia.

Rimaniamo incollati ai finestrini. La gente va veloce. Auto, tram, ragazzi e ragazze che camminano alla svelta. Un tipo sofferma lo sguardo su di noi e ci fa un cenno. Lo salutiamo. Affianchiamo due ragazzi in bici che ci osservano divertiti. Salutiamo anche loro. Delle persone ferme in gruppo al semaforo si voltano e rimangono incollate su di noi finché non scompariamo alla loro vista. Altri ci indicano da lontano. D’improvviso, sembra che tutto il mondo si sia accorto del nostro passaggio. Incominciamo a sentirci dei divi. Entriamo in un viale a tre corsie, con le macchine che ci sfrecciano ai lati. Semaforo rosso. Dall’auto vicina, i conducenti ci additano come già era accaduto con i passanti di prima e poi scoppiano a ridere. Stessa cosa succede sull’altro lato. “Ehi ragazzi, mi dite cosa state combinando?! Lasciate stare la gente per strada. Siate educati. Niente segnacci o pernacchie”. “Ma guardi prof. che sono loro a ridere di noi!”. “Sì, è verissimo prof., venga a vedere se non ci crede. Ci guardano, sghignazzano, ma che cavolo vogliono da noi?!”. Il prof. si avvicina all’autista per informarsi sull’ora di arrivo e quello fa un sorriso diabolico e poco rassicurante dietro i suoi occhialoni da sole. Imbocchiamo nuovi viali e giriamo intorno a grandi palazzi. Stavolta il paesaggio umano è cambiato decisamente. Nel senso che per strada, agli angoli degli edifici, fermi di fronte alle abitazioni, seduti davanti ai negozi, ci sono solo ed esclusivamente persone dai tratti inconfondibilmente orientali. E anche loro, proprio come i parenti occidentali, si fermano a guardarci. Siamo diventati un’attrattiva irresistibile. Perfino chi è assorto nei propri pensieri, di colpo si desta e ci addita, ci schernisce con una risata, ci fotografa con le pupille che esprimono perplessità o grande sorpresa. È su di noi l’attenzione di tutti quanti. Mentre un gruppetto di giovani ci saluta calorosamente, il prof. lascia il suo posto e viene a sedersi sul fondo del pullman. Ha l’aria crucciata, sta per dirci qualcosa d’importante. “Un attimo di attenzione ragazzi. Qualcuno di voi sa per caso dove si trova la sede di Kiss Kiss?”. Il nostro ”no” è corale e il prof. s’incupisce ancora di più. Si alza di scatto e si dirige dall’autista per chiedergli dove ci troviamo, ma quello continua a guidare senza profferire parola, nascosto dietro i suoi giganti occhiali da sole. Noto per un attimo i suoi tratti orientali e poi guardo d’istinto fuori del finestrino con i miei occhi che incrociano quelli a mandorla di un passante. Ho un sussulto. Faccio due più due e riferisco tutto a Lore che burlone come sempre esclama: – Misà proprio che ci hanno rapiti!”.

La gente assiepata lungo quel dedalo di strade continua a guardarci incuriosita. Siamo nel quartiere di Chinatown, con un autista cinese, forse muto, che ci sta portando chissà dove. Di motivi per essere preoccupati ce ne sono a sufficienza. D’un tratto il pullman si arresta e la porta si apre lasciando penetrare all’interno un odore di frittura e di pesce marcio. Ci faranno a pezzetti e ci serviranno come ripieno per gli involtini primavera. L’autista ci viene incontro, si toglie gli occhiali ed esclama: “Plego signoli, allivati Kiss Kiss!”. Scendiamo inebetiti, mentre il prof. prende accordi sull’ora e il punto di ritrovo (ci starà vendendo per quattro Renminbi Yuan?!), ci corre quindi incontro rassicurandoci. La sede di Radio Kiss Kiss è vicina. C’incamminiamo, mentre il pullman sfila via. È in quell’esatto istante che tutti quanti notiamo la stessa cosa, e arriviamo ad un’identica conclusione. Sul fianco del pullman c’è stampata a caratteri cubitali la scritta: “Casinò di Campione”. Esseri scambiati per dei giocatori di poker, specie se ragazzini di 13 anni come noi, è più che plausibile che disorienti e desti curiosità attraendo l’attenzione di tutti. E noi, che nella migliore delle ipotesi, credevamo ci avessero preso per divi e che, nella peggiore, ci volessero invece rapire! È proprio vero che la vita spesso ti sorprende!

Marco e Giò ci accolgono sorridenti e gentili. Saremo ospiti del loro programma, che va in onda dalle 14:30 alle 17:30 tutti i giorni, con un titolo molto originale: “Ook, licenza di…”. Ci fanno visitare i locali della radio, compresa la regia, dove c’è il deejay Pollìni, alle prese con mille cursori. Ci colpisce lo stemma di Kiss Kiss, così colorato e pieno di piccoli simboli. Scattiamo qualche foto qua e là. Marco ci offre da bere e si siede. Siamo pronti ad ascoltarlo. Ci spiega che prima di andare in onda butta giù una scaletta con qualche idea ed i punti fissi della giornata, come la telefonata ad un personaggio famoso, l’intervento di un esperto su quello che è l’argomento odierno, e tra questi punti fissi della trasmissione oggi ci siamo proprio noi. Fa emozione vedere il nome del nostro gruppo-podcast sulla scaletta di un grande Network. Gli raccontiamo com’è nata questa idea del podcast e gli facciamo ascoltare alcune puntate, per poi soffermarci sull’ultimo episodio che annuncia la nostra visita alla radio in cui lavora, e mentre il prof. lo blocca in una discussione serrata sui tempi passati, di quando i dischi di vinile la facevano da padrone, noi ce ne andiamo da Giò, impegnato ad agganciare al telefono la moglie del mitico regista Sergio Leone. Poi, all’improvviso, Pollìni schizza fuori dalla sua postazione e urla a Marco e Giò che tra poco meno di un minuto andranno in onda. Il tempo è volato in loro compagnia! Ci fanno segno di restare fermi, mentre loro vanno nella stanza di trasmissione, separata con un vetro dalla regia. Indossano le cuffie e si avvicinano al microfono, almeno tre volte più grande di quello con cui noi facciamo podcast. “Ancora un pomeriggio in compagnia dei vostri deejay, Marco e Giò….Oggi abbiamo con noi i ragazzi della Scuola Media di Faloppio! Dovete sapere che loro….”. Arriva la prima tranche di pubblicità e Marco torna da noi per avvertirci che al prossimo collegamento staremo vicini a loro. L’importante è fare silenzio. Giò ci spiega cos’è un coro a cappella. Gli piacerebbe infatti che intonassimo una canzone e provassimo a cantarla senza accompagnamento musicale. Facciamo un po’ di prove, mentre i nostri deejay controllano sul sito della radio “il muro” dove i fan di Kiss Kiss lasciano i messaggi. Dalla regia ci fanno dei cenni e gli speaker riprendono a parlare con grande familiarità. Siamo di nuovo in diretta. “Ecco i ragazzi di Chocolat 3b… fatevi sentire, dai!”. Urliamo e applaudiamo. Le ragazze si sono disposte intorno al microfono. Al segnale convenuto iniziano a cantare “Per fare a meno di te” di Giorgia. Sono intonate e vanno all’unisono. Bella idea quella di cantare senza musica. Altre battute e poi Marco introduce l’argomento del giorno, ovvero i momenti più significativi degli ultimi 10 anni, e Alessia si lascia scappare un “Elisa di Rivombrosa”. Il prof. la trafigge con gli occhi, perché i deejay si erano raccomandati il massimo silenzio. Ma Giò prende la palla al balzo e invita Alessia ad avvicinarsi al microfono e a ripetere agli ascoltatori quello che ha appena detto, beccandosi prese in giro a non finire per aver inserito un avvenimento del genere tra quelli più importanti degli ultimi tempi. È il momento di presentare il podcast e poiché Alessia ha già le cuffie in testa, e tutti gli altri non se la sentono di parlare, è lei a spiegare agli ascoltatori il nostro progetto. In mezzo a quei due mattacchioni di Marco e Giò se la cava egregiamente. È stato un bene non prepararsi in anticipo un discorso da fare, perché la spontaneità e l’improvvisazione sembrano in questo caso carte vincenti. Il prof. aveva ragione, almeno questa volta. Giò esorta tutti quanti a visitare il nostro podcast, prima di lasciar partire la pubblicità. Ci stringiamo intorno ad Alessia e le facciamo i complimenti. Siamo fieri di lei e siamo felicissimi dell’opportunità che ci è stata data. Rimaniamo in radio ancora un’ora, ad osservare il lavoro di regia di Pollìni e le gag di Marco e Giò. Ci mettiamo quindi in posa e scattiamo le foto di rito, prima di salutarli con un grande abbraccio e ripartire alla ricerca del pullman con il nostro autista pseudo-rapinatore che è già lì ad aspettarci, con un sorriso a 32 denti.

Sfrutteremo l’incomprensione dell’andata per farci quattro risate. Ci caleremo nei panni di esperti giocatori di poker. E così, fermi all’autogrill, la scritta “Casinò di Campione” attira come previsto l’attenzione di tutti, e noi rincariamo la dose iniziando a parlare di giocate fortunate, di cifre vertiginose, con il prof. disperato che cerca inutilmente di farci tacere. Ma dovrà sperare di avere fortuna al prossimo giro di roulette, perché oramai il gioco è in mano nostra e non abbiamo intenzione di mollare.

Les jeux sont faits, rien ne va plus!

Inserito da: battux95 | 07/16/2009

Un Microfono preso “al volo”

Siamo alla ricerca di un microfono di qualità, e per questo ci siamo fatti un giro per i negozi del centro, e su quelli della rete. I prezzi sono abbordabili, anche se io vado a scovare quelli costosissimi e poi li propongo al mio povero prof. che ogni volta fa la faccia dispiaciuta e ci pensa anche un po’ su, prima di dirmi rattristato che non possiamo permettercelo. Ahahaha! Sono sadico, lo ammetto, e ieri ho toccato il picco di cattiveria, perché ho tirato fuori dal cilindro un’inserzione di un microfono da 9000 e rotti euro. Non vi racconto l’effetto devastante che la cosa ha avuto sul mio Teacher.

Comunque, quella del microfono è diventata una cosa irrinunciabile. Gli abbonati crescono come funghi, viaggiamo al ritmo di 30 sottoscrizioni al giorno di media, e quindi dobbiamo per forza di cose garantire a chi ci ascolta una qualità audio migliore di quella offerta finora, basata sul microfono incorporato del mio Mac. C’è una ditta tedesca che produce attrezzatura per podcast ed ha degli strumenti ottimi. Potremmo prendere l’aereo e volare in Germania, ma so già che è impossibile. L’ultima volta che il mio Prof. è salito su un areoplano ha provocato un casotto da Terza guerra mondiale. Quando me lo racconta mi piego in due dal ridere e non mi stancherei mai di riascoltare le sue vicissitudini, perché sono meglio di un libro di barzellette. In pratica, afferma di essere stato scambiato per un dirottatore folle. Racconta che quando è salito sull’aereo e si è seduto al suo posto, è stato subito assalito da un senso di soffocamento e si è precipitato fuori. Le hostess, i piloti, e quelli della security gli sono corsi dietro e lo hanno placcato come si fa con un giocatore di regby e lo hanno interrogato. Arrivati a questo punto della storia il Prof. s’incupisce sempre un po’, perché dice di essere stato accerchiato da persone che gli gridavano contro parole in lingue per lui incomprensibili: francese, inglese, tunisino (il volo era infatti diretto a Djerba). Alla fine, un tipo baffuto gli si para davanti e fa segno agli altri di fare silenzio. Si presenta: è il pilota dell’aereo. E qui arriva la parte commovente, stile Heidi, perché il Prof., piagnucolando, ammette d’essere terrorizzato dall’idea di volare e cerca di mimare il panico con un tremolio di gambe. Il pilota, tunisino d’origine, persona arguta e d’esperienza, capisce tutto e decide di prendersi in carico il poveretto. “Non preoccùpe te, io porto te sano e salvo, tua paura fine dopo che tu volare con me”. Parole miracolose, perché il mio Prof. decide a questo punto di affrontare la grande prova di coraggio. Ma la storia non finisce qui. Il Prof. racconta di essersi aggrappato durante il decollo al braccio di una hostess e di averlo quasi stritolato, mentre alla sfortunata rivolgeva frasi senza senso, del tipo: “Hai gli occhi belli come mia mamma!”. Una volta dentro la cabina di pilotaggio, inoltre, sobbalzava ad ogni spia luminosa che si accendeva, facendo infuriare i piloti, esasperati dal suo parlare continuo. Tant’è che, in fase di atterraggio, il comandante è stato costretto a voltarsi e a sgridarlo urlandogli contro, proprio come si fa con bambino capriccioso. Direi proprio che prendere l’aereo per andare ad acquistare un microfono non è nel modo più assoluto una soluzione da prendere in considerazione.

Finalmente è arrivato il pacco postale. Ci facciamo tutti intorno per vederne il contenuto. Siamo in ansia, non vediamo l’ora di ammirare il nostro nuovo microfono, ordinato via internet al negozio tedesco, specializzato nell’attrezzatura per podcast, che io avrei voluto raggiungere in aereo… Inizialmente eravamo orientati per un pezzo vintage, di classe, tipico delle radio Anni ’50, ma poi, leggendone bene le caratteristiche tecniche, abbiamo optato per un microfono meno “figo”, ma senza dubbio più efficiente. E comunque è molto bello anche questo, ed è più grande di quello che appariva dalla foto. Ha un cavo con l’attacco usb, per collegarlo direttamente al computer, ha l’ingresso per le cuffie e un mucchio di altri pulsanti e accessori, tra cui il pop stopper, una specie di cerchio in nylon da porre davanti il microfono, evitando che la pronuncia troppo “esplosiva” di certe lettere, rovini la registrazione.

Questa notte mi divorerò il libretto delle istruzioni. Voglio che questo gioiellino sia in funzione quanto prima, e voglio che tutto sia perfetto, in fondo sono io il tecnico del gruppo, e non posso certo sfigurare! Dura vita la mia! Ma la soddisfazione di trasformare le nostre voci da orchi in quelle di angeli, mi ripaga di ogni sacrificio.

Inserito da: alessiuccia19 | 07/08/2009

La SCHEDA della discordia

Mercoledì, giorno di registrazione per il podcast.

Abbiamo appena ultimato un difficile confronto tra le poesie di Leopardi e le canzoni di Jovanotti, ci stiamo avviando verso casa, quando il Prof. ci blocca con una proposta improvvisa, di quelle che capitano una sola volta nella vita: “Volete venire al Centro Commerciale con me?”.

La tentazione è forte, anche perché ci capita raramente di fare qualche giretto per i negozi durante la settimana, ma un pensiero ci assale.

“Ehm, veramente, noi avremmo un impegno…”

“Ma dai ragazzi, torniamo subito”.

Sì certo, come no!, vorremmo esclamare, ma il rispetto per il nostro Prof. ci trattiene. Purtroppo, la sua capacità di perdersi anche in un unico e cortissimo tratto stradale è proverbiale.

“Ok Prof., proposta accettata”. Saliamo in macchina. È tutto vero, sta succedendo veramente. Batta è già collassato prima della partenza, e per un attimo anche il mio cuore cessa di battere: arresto cardiaco. Il Prof. mette in moto, ingrana la prima, fa l’atto di partire quando si volta verso di noi ed esclama:

“Ma quale via si prende per il Centro Commerciale?”

E così, quel mercoledì è poi diventato indimenticabile.

Ci mettiamo in viaggio, finendo per perderci un numero incalcolabile di volte e dopo mille imprecazioni ritroviamo miracolosamente la retta via smarrita, mentre una nuvoletta sinistra si posiziona proprio sopra di noi.

“Ci scusi per la domanda, ma perché non si compra un Navigatore?!”

“Ho provato a farne uso, ma forse, a causa dei miei influssi negativi, si è disinstallato. Insomma…ha praticamente deciso di suicidarsi”.

Ci scappa una risata, ma lo incalziamo nuovamente: “Ne è sicuro?! Ci dica la verità, perché non ne acquista uno?”.

“Quanta curiosità! È da un po’ che ci penso, in questi giorni mi sono recato al negozio, ma erano terminati”.

Il solito braccino corto del Prof!

La nuvola carica di pioggia continua a seguirci. La scruto dal finestrino dell’auto. Per un attimo credo di vederci dentro il braccio del Prof. lungo quanto quello di Pollicino e rido da sola, mentre il Prof. mi guarda perplesso dallo specchietto retrovisore, con il suo viso che si contorce in tal modo da diventare brutto come quello dei vampiri in Buffy.

Batta, invece, continua a ridere e a scherzare come se niente fosse. Ci ritroviamo nel parcheggio del Centro Commerciale, con la nuvola ribattezzata Fantozzi-Prof. che stavolta si abbatte su di noi.

Scappiamo attraverso il labirinto di macchine, mentre il Prof. si divide da noi, portando con sé l’ombrello. Entriamo fradici nel Centro Commerciale e ci rechiamo al negozio di telefonia.

Mission impossible: comperare una scheda SIM.

L’idea è infatti quella di attivare un numero di cellulare per il podcast, al quale potranno chiamare tutti quelli che ci seguono o che sono interessati al nostro progetto, magari per darci consigli, suggerimenti o anche soltanto per rivolgerci critiche o complimenti.

Sopraggiunge il Prof., già visibilmente impensierito.

“Non si preoccupi, è tutto sotto controllo, abbiamo appena stipulato un contratto telefonico per il podcast, una cosetta da nulla, c’è soltanto da dare un piccolo acconto di 200 euro”.

Il sadismo di Batta ha colpito nel segno. Il Prof. impallidisce, ha forse uno svenimento, o un attacco cardiaco. Questa volta ci toccherà prendere il defibrillatore per elefanti, sempre che esista.

La commessa corre in soccorso: “L’attivazione della scheda Sim è gratuita”.

Parole che risuonano come sinfonie celestiali alle orecchie del Prof. Lo vediamo riprendersi all’istante. Gli è tornato il colore nel viso.

Ci lasciamo alle spalle il Centro Commerciale. Missione compiuta: da oggi siamo raggiungibili e in contatto con i nostri fan. Anche se ora il problema è un altro: riusciremo a ritrovare la via per tornare a casa?!

P.S.: Non si arrabbi Prof. se ho fatto troppo umorismo su di lei, sa bene che è sempre nei nostri cuori!

Inserito da: lucapiergiovanni | 06/27/2009

Cari colleghi vi scrivo…

Cari colleghi,

vi raccomando un po’ di pazienza e di tempo per leggere questa lettera. La cosa che sto per raccontarvi mi sta molto a cuore e quindi chiedo la vostra collaborazione.

Con i ragazzi di Terza B abbiamo realizzato un Podcast.

Tranquilli, non è un nuovo tipo di droga o un ordigno terroristico.

È davvero dura spiegare in due righe cos’è un podcast e quindi spero vivamente che, al di là delle battute, tutti quanti sappiate di cosa si tratta. In alternativa, sarò estremamente sintetico e vi dirò che un Podcast non è altro che un insieme di registrazioni radiofoniche, arricchite da foto e documenti scritti.

Con i ragazzi di Terza B, per prima cosa, abbiamo scelto un argomento davvero originale, ossia un confronto tra le canzoni della musica leggera italiana e le poesie della nostra letteratura. A quel punto, dopo esserci procurati l’attrezzatura giusta, ci siamo ritrovati per creare dei dialoghi e monologhi su questi argomenti, e poi, con tanto di cuffie, microfono e mixer, abbiamo fatto delle registrazioni, proprio come se fossimo in una vera radio. A questo punto abbiamo pubblicato il tutto su internet, su motori di ricerca che si occupano di ospitare podcast dedicati all’istruzione e all’educazione nelle scuole. E qui viene il bello. Inaspettatamente e con grande emozione, abbiamo potuto constatare che dopo appena tre giorni dalla messa in onda, ben 66 persone lo avevano ascoltato e, cosa ancora più eccezionale, che ben 100 persone si erano abbonate al nostro podcast, facendoci balzare al posto 38 nella classifica dei podcast dedicati all’istruzione. Un successo enorme, basti pensare che di podcast del genere ce ne sono migliaia. Visto l’entusiasmo e la serietà che i ragazzi di Terza hanno messo in questo lavoro, continueremo nel nostro progetto. Oltretutto, entro breve usciranno degli articoli su prestigiosi quotidiani nazionali. Ci hanno anche invitato alla notte degli Oscar, ma abbiamo rifiutato perché troppo impegnati.

In conclusione, poiché continueremo in questa cosa e la scuola non ha fondi per sovvenzionarla, vi chiedo gentilmente di fare una colletta per pagarmi queste ore extra che farò…eh, eh, eh, eh, ci siete cascati è?! E magari ve la siete anche fatta sotto…so che avete i braccini corti, ma lasciamo stare (SCHERZO!).

La COSA SERIA che vi chiedo è questa, di ascoltare il nostro podcast – perché spero di essere riuscito in qualche modo ad incuriosirvi – e vi chiedo soprattutto di ABBONARVI ad esso. Precisiamo ora due cose molto importanti: 1) l’abbonamento è completamente gratuito 2) abbonandovi i nostri ascolti saliranno insieme alla nostra popolarità e questo ci permetterà di entrare in contatto con le scuole di tutta Italia, senza contare che con l’abbonamento potrete avere in tempo reale tutte le puntate che registreremo di volta in volta. Sarebbe poi bello se proponeste l’abbonamento anche ai vostri alunni, così da far vedere loro cosa sono riusciti a realizzare dei loro coetanei, e chissà, magari anche altri studenti potrebbero entusiasmarsi e un domani iniziare a fare podcast!

Se farete ciò ve ne sarò immensamente grato, anche perché…

 Io molto povero amici, io bisogno di lavoro, io precario e squattrinato professore, io senza famiglia, senza casa e se voi aiutate me, io bacio voi.

Al di là delle battute, credo che si tratti di un progetto interessante. Vedere dei ragazzi che realizzano con le loro mani un’opera, e la curano con amore e passione, ti riempie il cuore.

Non è forse la nostra missione di insegnanti cercare di far innamorare gli alunni delle cose che fanno a scuola?!

Grazie dell’attenzione, passo e chiudo. Ho un appuntamento a Milano con la Hunziker e non vorrei ritardare.

Ciaoooooooooooo!!!

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